L'olivo e il paesaggio salentino
Quando si parla di Salento da visitare non si può prescindere dall’olivo. L'olivo, pianta dalle antiche origini carica di rimandi simbolici e culturali, con i suoi tronchi scultorei e le sue chiome indomite ha modellato il territorio e il paesaggio salentino e pugliese, così come con l’olio che si ricava dalle sue bacche ha dato gusto alla cultura culinaria della nostra civiltà contadina.
L’olea europea ha le sue origini nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente. Ed il Mediterraneo è il teatro del suo cammino che accompagna quello dell’uomo europeo e della sua civiltà, dall'originaria Attica verso l'Occidente giungendo in Puglia dove trova l'habitat ideale per crescere e produrre. Le prime tracce della presenza dell’olivo nell’area pugliese risalgono già a diversi millenni fa; i rinvenimenti di noccioli di olive degli scavi di Torre Canne, inglobati nella roccia del neolitico, ci darebbero la testimonianza che le prime popolazioni ivi insediate si nutrivano di olive già 8-10 mila anni fa. Furono i primi navigatori fenici e greci, e successivamente gli arabi ed i romani a diffonderne la coltivazione lungo le pianure e le assolate colline della penisola italica.
L'intensificarsi dei traffici marittimi lungo le coste del Meridione d'Italia ad opera di fenici, greci e romani fu alla base dello sviluppo dell'olivicoltura in Puglia e nel Salento in particolare, la cui millenaria civiltà ha profonde radici nella presenza dell'olivo, un albero dotato di grande sobrietà e resistenza, che si adatta anche ai terreni brulli e sassosi come quelli della nostra regione.
La spremitura delle olive per ottenere olio era pratica conosciuta molti secoli prima della venuta di Cristo: le testimonianze di macine primitive sono conservate nei musei dell'isola di Creta, ad Haifa in Israele ed in Egitto. Nel museo nazionale di Taranto, altra eccellenza della Puglia da visitare, sono conservate tre anfore antiche ed un sarcofago di un atleta che aveva partecipato alle Panatanee di Atene ed era stato premiato con vasi riccamente ornati contenenti olio di oliva, ricavato dagli olivi piantati da Solone. Con l'affermarsi dell'Impero Romano, l'olio d'oliva assunse una funzione strategica nel campo del commercio e delle attività di scambio tra i diversi popoli e si intensificarono anche gli studi sulla buona coltivazione dell'olivo.
L’alto Medioevo è un periodo di scarsa diffusione per l’olivocoltura nella regione e di conseguenza per l'area salentina, olivi isolati tra i coltivi o tra le distese pascolative interessavano soprattutto aree a diretta gestione signorile. L'olio comunque non era merce ricca e il suo commercio era condizionato anche dagli ingombranti recipienti con i quali veniva trasportato. Con l’avvento della civiltà bizantina nell’Italia meridionale si ha un nuovo quadro colturale che porta al ripristino di piante come olivo e vite. In questo periodo si costituisce quel paesaggio agricolo del Salento da visitare e scoprire. Nell’epoca dei comuni e dei Monasteri successiva alla caduta dell'Impero Romano si ha un nuovo impulso allo sviluppo e il rinnovamento per l'olivicoltura e la produzione dell’olio di oliva. Il commercio dell'olio riprende ad opera dei navigatori veneziani. I porti di Brindisi, Gallipoli, Otranto e Taranto divennero meta di navi che trasportavano enormi quantità di olio; vi si installano fondachi oltre che veneziani, anche toscani, genovesi, russi, inglesi e tedeschi. Il commercio dell'olio d'oliva assunse una tale importanza che nel 1559, il viceré spagnolo Parafran De Rivera dispose la costruzione di una strada che collegasse Napoli alla Puglia, con biforcazioni per la Calabria e l'Abruzzo per consentire un trasporto più rapido dell'olio di oliva.
Viaggi in Puglia
Di tutti i viaggi in Puglia di visitatori illustri il più antico è sicuramente quello di Orazio. Vicino alla Puglia per nascita, era venosino, il grande poeta latino fece ritorno in una terra che conosceva bene compiendo un viaggio in questa regione insieme a Virgilio e Mecenate giungendo fino a Brindisi estrema propaggine italica verso la Grecia. Altri viaggiatori si sono susseguiti nel tempo senza lasciare notizie certe o solo descrizioni approssimative. Ben altre fonti documentali fornisce il viaggio compiuto dall’umanista medico e cosmografo Antonio De Ferraris detto il Galateo. Sodale dei più grandi umanisti come il Pontano, il Valla, il Summonte, il Galateo nacque nella città di Galatone da una schiatta di preti greci, cosa di cui menò vanto per tutta la vita sia nei suoi scritti che a voce nelle sue conversazioni. L’itinerario descritto dall’umanista nel suo celebre De situ Japigiae si concentra in particolare sul Salento di cui cerca di dare una descrizione che non trascuri nulla di interessante come è stato detto: memorie storiche, citazioni rare di autori poco noti e che hanno riferimento alla penisola salentina, notizie dello stato delle città, dei paesi, delle campagne, rarità linguistiche come quando riesuma l’etimo messapico del nome Brindisi, e ancora nozioni fonetiche come a proposito della pronunzia di Rudiae divenuta Rusce nel dialetto leccese. Anima generosa, il Galateo, molto legato alla sua terra d’origine come alle sue radici greche si costerna per la sorte del grande monastero di Casole, presso Otranto, dove c’era una grande biblioteca andata dispersa. Così quando è la volta del Monastero di Santa Maria di Cerrate, fondato dal re normanno Tancredi anch’egli nativo del Salento, non può trattenersi dal notare con profondo rammarico che il Monastero è pressoché deserto. Fra tutte le destinazioni dei suoi viaggi in Puglia il suo ricordo si intenerisce per il suo paese natale Galatone come per Nardò e Gallipoli. Di Galatone si sofferma a descrivere il suo cielo salubre e soave, racconta tutto quello che vi nasce di erbe odorose e fiori. Parla in particolare del croco descrivendolo come superiore a quello di Sulmona. La coltivazione di questo particolare fiore era così radicata da entrare a tra i vanti della città di Galatone che si gloriava di avere sette cose del colore del croco: il croco stesso, il miele, il cacio, il vino, l’olio, i fichi secchi e le uve passe. Di Nardò decanta la grande tradizione di studi, di Gallipoli fa una descrizione in cui il realismo dei tratti sfuma continuamente nella trasfigurazione fantastica dettata dall’affetto. I viaggi in Puglia di personaggi illustri proseguirono nei secoli successivi al Galateo ma a lasciare un’altra traccia significativa nel corso del 700 fu lo Swinburne che dal 1777 al 1780 fece diversi viaggi nel regno delle Due Sicilie dopo essere stato in Spagna. Imbevuto di storia e classici percorse mezza Puglia da Foggia a Bari, a Taranto, si diresse a Reggio Calabria, e per mare tornò a Gallipoli, visitò Lecce e un po' di Salento, prima di risalire a nord, verso Benevento e Napoli.
Torre Mozza e la terra dei messapi
Torre Mozza nel territorio di Ugento si trova sul versante ionico di quella terra di mezzo, come i greci indicavano la penisola salentina, che fu la Messapia. "Terra di Mezzo", perché era posta tra i mari Ionio e Adriatico, e anche tra culture diverse, gli Illiri i coloni greci, le grandi poleis elleniche come Corinto, Atene. Giunti in questo territorio nel periodo di passaggio tra l’età del bronzo e quella del ferro i messapi sono uno dei popoli più misteriosi e meno conosciuti dell’antichità. Di origine illirica provenienti dall’Albania probabilmente via mare, queste popolazioni si sono fuse con gli autoctoni determinando la cultura e l’organizzazione sociale di questa parte della Puglia. E' di questo periodo, infatti, lo sviluppo impetuoso della navigazione; e a questo stesso periodo risale la creazione degli approdi marittimi. Gli storici romani affermano che Aletini, Veretini e Uxentini erano popoli prevalentemente marinari, e, fra l'altro, fornitori di navi a Roma. Secondo il Corvaglia il posto di Aletium è da identificare con l'attuale porto di Gallipoli, Veretum con quello conosciuto attualmente col nome di Cala di Capo San Gregorio in comune di Patù , quello Uxentino era sito nella vicina Torre San Giovannia pochi chilometri a nord da Torre Mozza, dai Romani appunto detto portus Uxentinus ". Lo studioso afferma poi che, secondo Tucidide, " i Messapi organizzarono la loro vita politico-amministrativa sulla falsariga della organizzazione politica dei Siculi, per cui le città messapiche ebbero l'impronta di città-stato libere, ora rette da re, ora rette a repubblica, ma sempre indipendenti l'una dall'altra ". Questo tipo di organizzazione favorì lo sviluppo di una civiltà originale con poche o nulle contaminazioni esterne almeno fino al quinto secolo. Popolo bellicoso, almeno per come li descrive Erodoto, quando racconta delle guerre tra la colonia spartana di Taranto e le popolazioni indigene della Puglia meridionale; esse furono all’origine della piú grande strage di Greci, attribuita proprio ai Messapi, che ai Tarentini inflissero l’umiliazione più cocente. Diodoro Siculo riferisce che gli Iapigi (la piú antica denominazione di queste genti) inseguirono l’esercito tarentino in disfatta e, quindi, i loro alleati reggini, «come se dovessero piombare a Reggio insieme ai fuggiaschi e impadronirsi della città». Fu però anche un popolo marinaro, coltivatore dei terreni costieri e interni, anche sulle alture, allevatore di cavalli, abilissimi cavalieri, costruttore di veloci navi da carico e da battaglia, costruttori di città. Fonti attendibili sostengono che quella che poteva considerarsi la capitale della Messapia, Uxentum, contasse all'epoca centomila abitanti; e che questa città fosse difesa da magnifiche, poderose mura di cui oggi si possono ancora osservare alcuni resti al di fuori dell’abitato di Ugento a poca distanza da Torre Mozza. A seguito di ripeturi scontri con Taranto i Messapi entrarono nell'orbita tarantina, mai vinti, ma stanchi delle lunghe guerre. Così, la storia di questa terra subì l’influenza diretta della più importante polis greca di Puglia, di cui ereditò anche i culti, come attestato dalla mirabile statuetta bronzea dello Zeus di Ugento. Torre Mozza situata su quella costa che i messapi hanno abitato e custodito per secoli, regala ancora le suggestioni di una storia che continua ad affascinare e sedurre.
Torre Mozza tra arte e utopia
La campagna che circonda Torre Mozza Ugento, con i suoi sentori di Mediterraneo, l’aria cariche di attese che profuma di sale, divenne a partire degli anni settanta culla di un’avventura umana e spirituale, di un sogno che ha arricchito la storia culturale di questa parte di sud e non solo. Il sogno sognato da una donna, un’artista: Helen Ashbee, che ha attraversato come un’odissea l’Europa del novecento, dall'Inghilterra a Gerusalemme, Salisburgo, New York, Parigi per approdare come naufraga bisognosa di approdo proprio in questa terra. Il sogno era di costituire un piccolo gruppo, una piccola comunità di persone con le stesse idee e lo stesso desiderio di vivere in modo più naturale e più sincero, ciascuno operando nel proprio campo personale e sviluppando le proprie capacità, di agricoltore, artista, poeta, scrittore, musicista, o artigiano, senza perdere di vista il profilo di tutti e quello della località che li ospita. Helen venne ad abitare in queste campagne nel 1969 con Arno Mandello, l'amico di Man Ray, Pablo Picasso, Joseph Roth e molti altri e trasformarono questi luoghi fino allora sconosciuti e periferici in un centro attrattore di esperienze diverse, un luogo di incontri dove sperimentare nuovi stili di vita e utopie insolite. Un percorso quello della Ashbee che si svolge in direzione contraria e originale partendo dal milieu culturale e artistico tra i più fervidi e importanti del tempo come quello parigino, dove incontra il suo maestro Giacometti, per giungere, alla ricerca di una autenticità senza compromessi, in un luogo che ha il sapore della Grecia e di miti ancestrali. Punto di arrivo di questo percorso di ricerca, una masseria disabitata e in rovina con un'antica aia per battere il grano, quindici ettari di terreno trascurato, qualche albero di olivo e un bosco di pini alle spalle; di fronte una vista stupenda sul mare di Torre Mozza e le marine di Ugento. Tra le mura antiche di questa masseria il sogno comincia a diventare realtà, gli androni principali della vecchia costruzione diventavano la casa con un atelier per Arno Mandello. In un edificio separato, che originariamente era la stalla dei buoi, fu creato un laboratorio di scultura per i lavori di saldatura e di fusione di Helen Ashbee. Insieme alla masseria riprendevano vita grazie alle rinnovate cure gli uliveti, i vigneti e la 'Bufolaria' diventava sempre più meta privilegiata di intellettuali, artisti, semplici curiosi, studenti, che intendevano dare il loro contributo alla realizzazione del sogno o diventarne parte integrante. Helen e Arno stabilirono in queste campagna una comunità in grado di fecondare la cultura del territorio propiziando la nascita a poco distanza di un altro luogo culla di creatività e incontro come masseria Spigolizzi. Qui si stabilì nel 1970 lo scultore Normann Mommens e la sua compagna la scrittrice londinese Patience Gray. Anche loro vagarono per il Mediterraneo, toccando Catalogna, Provenza, Carrara, le cave di Apollona sull’isola di Naxos per giungere, infine, qui in queste campagna, conquistati dal fascino di una terra antica dove sintonizzarsi con il ritmo della natura e il respiro del tempo. Amico di Henry Moore Mommens fu un artista totale dai mille interessi che si battè per mantenere intatto l’incanto di questi luoghi. Celebre il fumetto satirico “Coppula Tisa”, che aveva per protagonista una lucertola che stigmatizzava i vizi della casta politica, i vizietti di cinici affaristi e spregiudicati faccendieri. Antesignano delle teorie della decrescita sperimentò qui uno stile di vita fatto di sobrietà e spontaneità lontano dei feticci dell’economia dei consumi. Le esperienze di vita e arte di questi salentini d’adozione e elezione hanno animato per decenni le campagne vicino al mare di Torre Mozza, inusuale agorà culturale in dialogo con il Mediterraneo e l’Europa, e ancora oggi continuano a raccontare l’unicità di questo territorio, luogo di ispirazione da vivere e difendere.
Torre Mozza tra storia e cultura
La ridente località marittima di Torre Mozza è una delle piccole perle che il Salento è in grado di regalare ai suoi visitatori.
Amministrativamente appartenente al Comune di Ugento, nella parte più meridionale della penisola salentina, la cittadina prende il nome dalla torre cinquecentesca eretta da Carlo V come elemento di difesa ed avvistamento dei pirati saraceni che terrorizzavano la popolazione con le loro scorribande. La stessa Torre, dalla caratteristica forma a tronco di cono, è stata utilizzata come postazione anche durante la seconda guerra mondiale.
Il centro abitato di Torre Mozza, che si affaccia sul mar Ionio, si è invece sviluppato solo nella seconda metà del novecento ed è popolato soprattutto d'estate, quando è frequentato dai turisti attratti dal suo bel litorale. A poca distanza inoltre c'è la splendida spiaggia di Marina di Pescoluse, nota come Maldive del Salento, dove è possibile trovare uno mare cristallino e una fervida vita notturna.
Poco più a nord di Torre Mozza si può andare invece nella meno frequentata e più selvaggia Punta della Suina, una spiaggia di roccia tra le più belle di tutto il Salento.
Tra le specialità gastronomiche tipiche della zona ci sono i ricci di mare, che potete gustare anche crudi recandovi di mattina presto in spiaggia, e le cozze che vengono cucinate in mille modi diversi.
Torre Mozza è inoltre un ottimo punto strategico dove soggiornare in Salento in quanto è situato quasi a metà strada tra Gallipoli e Santa Maria di Leuca, che con le sue caratteristiche case bianche ricorda molto le cittadine delle isole greche.
Scopriamo il centro storico di Specchia
Nel cuore del basso Salento, a metà strada tra il Mar Ionio e il Mare Adriatico, Specchia si estende su un piccolo rilievo in mezzo alle coltivazioni di ulivi, tra i muretti a secco e le pajare.
La struttura del suo centro storico non ha una logica, non deriva da studi architettonici o topografici ma è frutto di una crescita spontanea avvenuta soprattutto nel XVI secolo.
Oggi, Specchia ha mantenuto pressoché intatta la sua natura, non sono state apportate grandi modifiche al centro storico, capace di catturare l'attenzione di qualsiasi visitatore che si avventuri per i vicoli stretti, immersi nel silenzio e nella tranquillità campestre, mentre i caldi raggi del sole sbattono sui muri chiari dei palazzotti del centro, che riflettono una grande quantità di luce.
Un paese semplice, legato alle tradizioni, dove è ancora possibile voltare l'angolo e trovare i portoni barocchi o gli archi in pietra leccese, tavole con iscrizioni latine o italiane, che evocano imprese e personaggi che nei secoli sono nati o sono passati per le strade di Specchia.
Delle antiche mura medioevali di Specchia restano poche tracce, ma l'impianto originario è ancora vivo attorno al castello, la zona più vecchia di tutta la città: il Risolo era originariamente isolato ma oggi è ben collegato con un sistema di strade e rappresenta una delle più importanti testimonianze del passato di Specchia.
Dietro il Castello, si svolge la vita nel paese: scalinate in pietra che si inerpicano tra i vicoli stretti, ora lunghi, ora brevi, dove gli abitanti trascorrono la maggior parte del loro tempo.
Come in passato, ancora oggi la vita sociale del paese si svolge in strada e nelle piazze, dove ci si ritrova dopo una giornata di duro lavoro nei campi, dopo aver trascorso le ore dall'alba al tramonto al pascolo con il bestiame. La vita, qui, scorre tranquilla e segue i ritmi biologici: non c'è fretta di fare niente, tutto ha un suo momento.
Di particolare interesse è il Convento dei Francescani Neri a cui i paesani sono particolarmente affezionati, accanto alla Chiesa Parrocchiale, risalente al XVI secolo.
La cripta è stata interamente scavata nella roccia ed è una delle visite più suggestive di tutta Specchia.







