Torre Mozza Ugento e il Museo Archeologico

Pochi chilometri separano Torre Mozza e Ugento, una breve distanza che permette di passare dalle bellezze naturalistiche e dalle spiagge assolate della marina ad una immersione piena di suggestioni nella storia e nella cultura di questa parte di Salento. Torre Mozza e Ugento, l’antico centro di Ozan, tra l’VIII e il III secolo a. c. ricadevano nel pieno dei territori dei messapi e alla storia di questo polo è dedicato il Nuovo Museo Archeologico di Ugento. Gli spazi espositivi del Museo, che ha sede nel quattrocentesco convento di S. Maria della Pietà, si articolano su due livelli. Il piano terra nelle sale del refettorio ospita un’accura ricostruzione dell’antico centro di Ugento oltre a vari reperti provenienti da sepolture infantili; il chiostro invece è interamente dedicato all’imponente tomba dell’atleta scoperta nel 1970 sulla via Salentina. Risalente alla fine del VI sec. a.C. la tomba è stata posizionata ricollocando sul basamento le lastre delle fiancate e delle testate dell’originaria forma a cassa. All’interno presenta un’intonacatura con decorazione pittorica a fasce rosse, bianche, blu e nastri ondulati. La copertura, collocata di fianco, è costituita da due lastroni a doppio spiovente, intonacati all’interno. La tomba prende il suo nome dal ritrovamento al suo interno di manufatti legati all’attività ginnica e ospitava due sepolture il cui ricco corredo bronzeo e ceramico è disposto in apposite vetrine lungo le pareti. Al primo piano un’ala è dedicata alla necropoli e alle mura messapiche di cui alcuni resti si possono anche osservare anche nella campagna tra Torre Mozza Ugento. Un secondo spazio è incentrato sui culti indigeni della Messapia: le sette sale espongono oggetti votivi e statuette in terracotta, di età ellenistica, provenienti dal santuario di Artemide, localizzato nei pressi dell’antico porto ugentino di Torre San Giovanni; statuette fittili votive raffiguranti divinità di età arcaica e soprattutto la copia della statua dello Zeus di Ugento il cui originale è attualmente conservato nel Museo archeologico nazionale di Taranto. Si tratta di un’opera d’arte che testimonia l’alto livello tecnico raggiunto dai bronzisti tarantini già in epoca arcaica, capaci di accogliere spunti formali e tecnologici da diverse correnti artistiche della madrepatria greca, proponendo un proprio stile eclettico e originale. Il dio viene raffigurato completamente nudo nell’atto di brandire con il braccio destro la folgore di cui restano alcuni segni nel pugno chiuso mentre sorregge con la sinistra un’aquila di cui sopravvive oggi soltanto l’attacco degli artigli. L’impostazione rigida dei muscoli richiama ancora una maniera arcaica, che trova un suo primo superamento nella ricerca di una nascente tridimensionalità testimoniata dalla disposizione degli arti, che occupano lo spazio suggerendo un movimento deciso ed elegante. In origine la statua era posta su una colonnina e offre allo spettatore più angoli di osservazione. Lasciato questo capolavoro dell’arte classica la visita si chiude con tre sale dedicate alla ceramica medievale di produzione ugentina e una corposa sezione numismatica. Da Torre Mozza a Ugento si compie così un viaggio a partire da un presente di palpitante e viva bellezza plasmata dalla natura per giungere al quieto splendore senza tempo delle creazioni e delle storie umane consegnateci dalle epoche passate.

 


Torre Mozza e le secche di Ugento

Adagiata sulla sabbia Torre Mozza si specchia in tratto di mare basso, tenero e trasparente dal carattere bifronte che sembra rivolgersi con gentilezza ai bagnanti e con arcigna severità alle imbarcazioni che vogliano vulnerarne la quiete. Le secche di Ugento collocate a tre, quattro chilometri dalla costa che congiunge Torre Pali con Torre Mozza con il loro basso fondale e la loro peculiare conformazione hanno rappresentato nei secoli una sfida ardua per i naviganti e le imbarcazione trasformandosi in teatro di celebri naufragi. Celeberrimo quello del re dell’Epiro Pirro raccontato da Plutarco nelle sue Vite parallele. Chiamato in soccorso dai tarantini nella battaglia contro Roma, Pirro imbarcò venti elefanti, tremila cavalieri, ventimila fanti, duemila arcieri e fece vela verso Taranto. Un impetuosa tempesta lo colse una volta superato il capo di Leuca disperdendo la flotta e facendo incagliare la nave reale contro le secche al largo di Ugento. Vistosi nel pericolo il re dell’Epiro si gettò in mare dove passò la notte tra il vento e lo strepito delle onde per conquistare la riva solo il mattino dopo “con le membra si lasse e rotte, che più non poteva, ma con tale ardire e forza dell’anima che superava ogni difficoltà”. Approdato sulla costa, la stessa che oggi ospita Torre Mozza, fu soccorso dai messapi e gli furono condotte alcune delle navi salvate con pochi cavalieri, meno di tremila fanti e due soli elefanti con cui si mosse via terra verso Taranto. I toponimi legati a queste secche rimandano ad altri racconti e leggende, come nel caso dello scoglio della fanciulla, che rimanda al tempo dei corsari turchi e del temibile Dragut. La leggenda narra che durante una incursione nell’entroterra salentino il corsaro turco fece prigioniera la figlia di un colono di una masseria con l’intento di farne una schiava. La fanciulla nonostante le torture e le violenze oppose sempre una orgogliosa resistenza rifiutando di abiurare la propria fede cristiana. Uccisa, fu gettata in mare dallo stesso Dragut. Qualche giorno più tardi il corpo della fanciulla fu ritrovato ricoperto da un velo di sabbia sullo scoglio che da lei prese il nome. Sempre a storie di naufragi e fondali insidiosi rimanda il toponimo di altri tre scogli, facenti parte delle secche, si chiamano "Cavaddhu" (cavallo), "Sciumenta" (giumenta) e "Puddhitru" (puledro). I racconti tramandati dalla cultura popolare ancora una volta hanno per protagonisti i turchi, che dopo aver saccheggiato la zona del Capo di Leuca, portarono a bordo del proprio vascello un pastore, che fu fatto prigioniero insieme ai suoi tre cavalli. Reduci dalla sbornia e dai festeggiamenti per i bottini conquistati i corsari furono sorpresi da una tempesta che non lasciò scampo a nessuno dei turchi,. Gli unici a salvarsi furono proprio il pastore e i suoi cavalli: l’uomo riuscì ad aggrapparsi all’albero di poppa per resistere alla tempesta, mentre i cavalli si rifugiarono sui tre scogli che da loro hanno preso il nome. Non legato alla leggenda ma alla cronaca, poi, il naufragio del mercantile Liesen che da trenta anni giace sul fondo delle secche e offre il suo scafo come rifugio a pesci e crostacei e allo sguardo curioso di sub e apneisti. Le secche Ugento, che con la loro spigolosità preservano gelose il mare di Torre Mozza, sono anche meta privilegiata di appassionati dell’immersione cui offrono lo spettacolo ormai piuttosto raro delle cernie che risalgono dagli abissi per cacciare in zone più ricche di luce o i dei branchi di orate che banchettano sottocosta, o dei pelagici, qui di casa, che in alcuni momenti particolari, si concedono agli occhi dei subacquei in tutta la loro maestosità.

 

 


Foto spiaggia di Torre Mozza di Hari Seldon su Flickr

Torre Mozza il Salento e il suo mare

Torre Mozza, un Salento profondo e pieno di risonanze, suggerisce diverse letture del suo profilo a seconda dell’angolo prospettico dello sguardo che la investe. Vista dal mare appare come un timido gregge di case stretto attorno alla sua torre-pastore, accucciata ma sempre all’erta; vista dalla costa si presenta come una frontiera diafana di sabbia con il suo presidio turrito, che però non ha più nulla di accigliato o militare. Comunque la si guardi , indipendentemente dalla prospettiva, Torre Mozza e il Salento trovano la loro definizione a partire dalla spazio marino che ne precisa contorni, limiti e prospettive. Torre Mozza illustra, infatti, un Salento che ancora si racconta e rivive senza posa, trovando nella vocazione mediterranea il sottotesto di ogni sua vicenda umana e storica. Nel rapporto col mare si costituisce l’essere proprio di questa terra, che continuamente cerca di ricomporre il suo mosaico inseguendo significato e valore di ogni sua tessera: l’Europa, il Mediterraneo, il Levante; il giudaismo, il cristianesimo, e l’islam; il Talmud, la Bibbia il Corano; Gerusalemme, Atene, Roma. Qui popoli e razze hanno continuato a mescolarsi, fondersi e contrapporsi gli uni agli altri. Lo specchio di mare che fronteggia Torre Mozza e il Salento, infatti, è stato per secoli non limite ma superficie da attraversare per popoli e culture. Un invito al viaggio che ha regalato incontri e storie, leggende e miti. Miti che hanno solcato il mare di Torre Mozza, lo Ionio, regalandogli una toponomastica carica di echi e suggestioni antiche. Mentre alcune fonti attribuivano l’origine del nome all’eroe Ionio, figlio di Durazzo, nipote a sua volta di Epidamno, una tradizione più consolidata, che si fa risalire ad Erodoto, collega la denominazione del mare al mito di Io, figlia di Inaco, trasformata da Zeus, innamoratosi di lei, in giovenca per metterla al riparo dalla gelosia di Era. Il sotterfugio però non ingannò la dea che mandò dei tafani per tormentarla. La fanciulla per sfuggire al supplizio attraversò mari e terre giungendo sulle rive del mare che da lei prese il nome. Nome che ricorre anche in un gustoso carme di Catullo che descrive la pretensiosa figura di Arrio, arrampicatore sociale, convinto di aggiungere raffinatezza alla sua parlata inserendo aspirate a sproposito. Così oltre a pronunciare “homodi” per comodi, “hinsidie” per insidie, aspirava anche il nome dello Ionio facendo diventare le suo onde “hionie”, ovvero tempestose, richiamando il termine greco chioneoi. Acque tempestose dello Ionio che furono attraversate anche da Cerere madre di Proserpina alla disperata ricerca della figlia rapita dal dio degli inferi, quasi che fosse destino di questo spazio di mare essere solcato da eroine tormentate. Ma lo Ionio fu anche nell’immaginario classico luogo d’approdo è qui, infatti, che Omero fa terminare le peregrinazioni di Odisseo e che si svolgono le ultime imprese di eroi come Filottete, Diomede, Calcante. Fu questo mare che vide navigare le figure di mitici fondatori di città come Metabos , Falanto e Miscello. Ed è in questo mare dagli echi mitici mai sopiti, che Torre Mozza e il Salento si specchiano come nuovi Narciso a cogliere la bellezza del canto incessante delle sue onde, che parla di dei eroi e popoli leggendari capaci di raccontare una sempiterna verità umana.


Le specchie di Torre Mozza

Monumenti che parlano di un tempo arcaico, dissimulano la loro importanza storica sotto le sembianze di un cumulo di pietrame negletto nelle campagne del Salento: sono le specchie testimonianze di un enigmatico passato che qui sembra non passare mai realmente. Nei pressi di Torre Mozza, nel circondario di Ugento, se ne contavano due: la specchia del Corno o del Corvo e la specchia di Lazzarino o Lazzarito. La prima la più mastodontica è scomparsa ad opera dei costruttori di strade, la seconda, fortunatamente risulta integra. Sono state avanzate diverse ipotesi sulla funzione di queste costruzioni, secondo alcuni costituivano dei monumenti funebri, una tesi suffragata dal ritrovamento all’interno di specchie di più piccole dimensioni di sepolture complete di corredo funerario. Tesi più accreditata, soprattutto per le specchie che si innalzano a raggiungere i dieci quindici metri, le vuole luoghi di avvistamento, come suggerisce il loro sviluppo verticale e la collocazione intorno ai centri messapici. Colline di pietre, alture artificiali necessitate dalla natura pianeggiante del territorio, microscopiche serre, di cui sembrano riprodurre in scale la forma nelle accanite pianure costiere e dell'entroterra. La specchia fu certo un desiderio di collina, un bisogno di dominio per lo sguardo, che volle innalzarsi a scrutare un orizzonte in un atteggiamento di attesa e sospensione che ancora oggi caratterizza questi luoghi. Il rapporto con lo sguardo e la vista è suggerito dal nome stesso di questi monumenti, probabilmente derivato dal latino specula a indicare una esigenza di interrogare con lo sguardo il mare e l’orizzonte. Una esigenza sicuramente presente per le specchie costiere come quelle nei pressi di Torre Mozza, che sentinelle scalavano a turno per scrutare il mare da cui venivano tutti i pericoli .Vedette che avevano il compito di segnalare tempestivamente alle masserie, casali e paesi dell’entroterra, ogni qualvolta comparissero all’orizzonte navigli sospetti. Le comunicazioni avvenivano attraverso una catena di segnalazioni visive costituite probabilmente da fuoco o fumo. Le specchie, infatti, erano molto distanti l’una dall’altra e, oltre alle costiere, vi erano quelle ubicate nell’interno, ma ognuna era collegata visualmente con l’altra più vicina a formare un intelligente sistema di avvistamento e di comunicazione. La specchia di Lazzarino, ad esempio, comunicava a Sud-Est con quella di “Morosano” e a Nord-Ovet con la specchia del Corno. Quest’ultima, poi, con quella detta “l’Alto” di Alliste. Un sistema di sguardi in un esigenza di mutuo soccorso che racconta la durezza e la perenne precarietà del vivere in queste terre. Con la loro muta mole di pietra, le specchie concorrono a comporre la bellezza del Salento come austero paese arcaico. Un luogo che vibra di incontaminata autenticità nella severità e elementarità del suo paesaggio, che trova nelle specchie, come nei menhir, nei dolmen un fascino ed un elemento costitutivo, che scavalca e attraversa come fiume carsico il tempo. Appare fatale, dunque, che il Salento seguiti a esprimersi nei termini d'una civiltà neolitica, fino a ritrovare spontaneamente tecniche preistoriche anche, ad esempio, nella copertura "a tolos" dei cosiddetti furnieddhi di campagna. Pietra su pietra lo spirito ancestrale del Salento si innalza prende forma e giunge fino a noi, che osservando queste specchie vicino al mare di Torre Mozza ci scopriamo piccola parte, solo per brevi istanti attori, del grande movimento del tempo che ci sovrasta.


Torre Mozza e le serre del Salento

Il territorio che da Torre Mozza Salento si spinge verso l’entroterra appare caratterizzato dalla presenza di una delle formazioni geologiche più tipiche della penisola salentina: le serre. Il Salento è per la maggior parte una pianura carsica, una lunga distesa di terra che si adagia bassa ad ampliare l’orizzonte, l’unico rilievo morfologico che interrompe tale orizzonte sono, appunto, le serre. Come groppe di mitici mastodonti eternati nella pietra, questi rilievi collinari, con la loro modesta ondulazione, nella piatta Puglia assumono il ruolo incongruo di una “catena montuosa” che serra lo sguardo, modella e segna l'orizzonte frastagliandolo. Preceduto alle spalle da questa muraglia lapidea il borgo di Torre Mozza appare come un esile avamposto costiero, che scruta l’orizzonte restando di vedetta. Dal punto di vista geologico, il Salento delle serre è formato da rocce cretaceo-calcaree e da sedimenti più recenti collocati negli avvallamenti. Le serre presentano una fisionomia peculiare che modula la conformazione del terreno in un alternarsi di alto e basso, pieno e vuoto dalle armoniche successioni. Alle creste calcaree sormontate come rigogliose chiome da boschi e distese di uliveti, si contrappongono gli avvallamenti tufacei, che come porti sicuri contri i marosi, accolgono i centri abitati mollemente adagiati ai piedi delle serre a creare un rosario allungato di insediamenti attraversati da strade, circondati da oliveti, seminativi ed incolto. A guardarlo dalla costa, il Salento delle serre può apparire come un lussureggiante giardino roccioso dove la mano di un sapiente giardiniere ha saputo disporre in perfetta armonia tutti gli elementi secondo cromie e volumi. Scarsa o nulla la presenza di corsi d’acqua abbonda, invece, la presenza di specchi d’acqua interni che danno vita nelle zone costiere a importanti zone umide. In queste terre, già abitate in età messapica, le vicende del popolamento seguono i caratteri generali della piana salentina, di un mondo costiero, che per vicende naturali (paludi e acquitrini) e militari (incursioni saracene), tende ad arretrare verso l’interno e organizzarsi in una rete insediativa tendenzialmente autosufficiente. Le serre salentine furono, così, popolate da una costellazione di piccoli casali e masserie determinante un mosaico paesistico articolato, cui le ridotte dimensioni permisero di rimanere indenne agli sconvolgimenti dei secoli. Qui, infatti, il paesaggio più che in altre zone del leccese presenta importanti elementi di permanenza con un forte ancoraggio ai caratteri ambientali. Qui più che altrove si impone alla vista un paesaggio dominato e necessitato dalla pietra, dalla roccia che affiora come relitto di antiche ere geologiche. Architettura e agricoltura si sono confrontate con questo elemento dando vita a forme costruttive povere improntate ai minimi dell’autosufficienza, ricavando e strappando alla roccia piccole estensioni di terreno con terrazzamenti. Nascono in questo modo l’intaglio dei muretti a secco, lo spuntare rigoglioso di pagghiare, furnieddhi, gli appezzamenti coltivati a cereali, vigneti e ulivi. Modellate come morbide onde, quasi in un gioco speculare con il vicino mare di Torre Mozza, le serre salentine si adagiano sull’estremo limite del Salento come una suggestiva balconata sospesa tra il grigio della pietra, il rosso della terra, l’argento degli ulivi, il verde intenso dei pini sullo sfondo blu dello Ionio.


Torre Mozza Salento tra sole, luce e colori

Torre Mozza può considerarsi come uno dei grani di quel rosario di città costiere in bilico sull’acqua tra epifanie di torri e sabbie nivee della costa ionica salentina. Compagno indiscusso di questo litorale, come di tutta la penisola salentina, è il sole: un sole senza mezze misure, sospeso tra il sapore d'Africa e il sapore dell'Appennino.  Qui su questa terra, che umile si distende piana e senza rilievi considerevoli, il sole imperversa  indisturbato seguito nelle sue scorribande dai venti come fidi scudieri. Tutta la storia del Salento è stata condizionata da questo sole onnipresente e  dal suo calore generoso, che prosciuga tutto, disperde le nebbie occasionali delle brevi depressioni, insegue l'acqua anche nelle vene carsiche che si snodano sotto la crosta porosa del calcare. Ancella fedele del sole, la luce si riflette in ogni andito e raggiunge e adorna ogni cosa come monile prezioso. Qui anche l’ombra appare come naufragata aspirazione alla luce. Una luce che si innalza aerea come cattedrale tra un litorale e l’altro per disperdersi all’infinito. Una sgargiante signora che investe con il suo fascio rivelatore il bianco delle case, il verde degli ulivi, la superfice instabile e multiforme del mare condizionandone la tavolozza dei colori. Lo Ionio più quieto e sereno rispetto al suo alter ego di sponda contrapposta l'Adriatico, ingaggia con quest’ultimo una gara all’esibizione più ardita di variazioni coloristiche e sfumature. Un gioco di colori che trasmutano col passare delle ore, con le evoluzioni del sole, seguendo i capricci e le intenzioni volubili della luce. Il gioco cromatico si rinnova e muta in permanenza andando dal blu al viola, all'azzurro, al verde smeraldo, cambiando prospettive e profondità delle acque marine consegnando ogni momento all’unicità. In questo caleidoscopico specchio dalle sfumature cangianti si riflettono le città costiere, che fanno perno sulla geometria segnata dai centri più celebri, Castro, Santa Cesarea, Otranto, Leuca, Gallipoli, Porto Cesareo. Un itinerario noto frammezzato dall'incanto che creano tanti e tanti piccoli centri incastonati tra un vertice e l'altro, come nel caso di Torre Mozza Salento poche case racchiuse tra la cornice del verde della macchia mediterranea. Da qui l’estate salentina trascorre tra un sole doppio e una luce abbacinante, tra un colore intenso di tramonto e chiaro di meriggio assolato. Su queste spiagge, al riparo dell’ombra amica della torre testimone dei secoli, si può gustare una quiete antica quando il sole chiassoso d’estate lascia spazio al suo fratello più meditativo d’autunno, che tinge le campagne di rosso e di colori più castigati fra l’onnipresenza del verde argenteo degli ulivi. A trarne beneficio da questa luce sarà l’inclinazione seduttiva del passato, che come un eco risuona continuamente e abita questi luoghi, meta destinale prima che geografica, che come voleva Bodini, sembra peccare di troppa bellezza. Una luce che attraverso i fasti della primavera trasmigra nuovamente e ancora verso le tonalità estive, verso il tempo della villeggiatura col profumo dei fichi, dei meloni filigranati, dei pomodori sugosi, tempo d’ estate che torna a dorare le spiagge di Torre Mozza e dei lidi salentini nell’inesausta  e mai conclusa giostra del tempo.


torre mozza ugento

Torre Mozza e le torri costiere del Salento

Vestigia di un passato in cui il vivere su queste coste era un perenne azzardo che rendeva precaria la vita  dei villaggi rivieraschi, la torre del borgo di Torre Mozza fa parte di un sistema di difesa che ha modellato il paesaggio litorale salentino a partire dal XVI secolo. A pianta quadrata o circolare nella severa semplicità delle loro linee,  queste torri si ergono dopo secoli in equilibrio su leggeri pendii o presso insenature anguste a scrutare un orizzonte ancora carico di domande. Immerse in un paesaggio che appare geloso custode di un tempo immobile, le loro pietre serbano il ricordo di secoli di storia intrecciata a leggende torve o delicate portatrici di profonde verità umane. In un panorama che sembra inchinarsi allo loro possanza ne emergono come esigenza di verticalità  che resiste al tempo e all’imperversare dei venti. Circondate dal silenzio sembrano incessantemente in ascolto del chiacchiericcio ora impetuoso ora sommesso del mare di cui in base all’esposizione imparano a discernere il dialetto di scirocco o di tramontana. Immobili osservano il passare delle stagioni emergendo d’inverno dalla coltre di foschia marina come numi tutelari evocati dalla fantasia popolare, d'estate invece offrono invece la loro superfice lapidea ai giochi di luce del sole modulandone i capricci nelle tonalità calde della pietra. Molte hanno nomi di santi e raccontano la fede semplice di contadini e pescatori, rimandando echi  di una devozione lontana e persa nel tempo. La loro mole insegue il profilo della penisola salentina, ora completamente distrutte, ora per metà crollate sotto il peso degli anni come nel caso di Torre Mozza, ora ancora integre nella loro imponenza. Nel momento di massima espansione se ne contavano circa ottanta sapientemente disposte in luoghi adeguati all’avvistamento in una accorta strategia di difesa. Il periodo di costruzione di queste torri si divide in due tempi. Il primo va dal 1519 alla metà circa del secolo, essendo imperatore Carlo V e vicerè d. Pietro di Toledo. Il secondo tempo della loro costruzione va, invece, dal 1559 circa al 1571, sotto il vicerè Pietro di Ribera, duca di Alcalà, il quale venuto a conoscenza del proposito dei Turchi di espugnare Malta, dopo aver inviato alcune guarnigioni a Taranto, a Gallipoli, a Otranto, a Brindisi, a Monopoli a Bari ed in altre città della costa, dette inizio alla costruzione delle torri. Frutto di architettura militare non concedono nulla ad orpelli estetizzanti, ma la loro sagoma si slancia essenziale e svelta con poche merlature e elementi aggettanti atti alla difesa. Nella costruzione e nella disposizione interna riflettono le esigenze immediate di turni di guardia periodicamente rinnovantisi. Mancano di scale interne in muratura. Gli uomini di vedetta, infatti, utilizzavano scale di legno che, una volta usate, venivano ritirate per impedire agli invasori che fossero riusciti a toccar terra la scalata. Pochi e semplici gli ambienti interni nel loro allestimento, l'indispensabile cioè a soggiorni brevi da impiegare esclusivamente alla guardia della costa e ad una prima difesa. Oggi persa questa loro funzione appaiono come mani protese sull’orizzonte ad incontrare non più la minaccia ma il racconto di biografie disperate provenienti da altri lidi. Consumate dal tempo come il torrione di Torre  Mozza appaiono ora come guerrieri ormai disarmati pronti ad accogliere destini incerti che parlano di futuro.


Torre Mozza perla del litorale ionico salentino

Stretta attorno al suo torrione consunto ma mai vinto dal tempo, Torre Mozza appare come una delle preziose perle che si snodano lungo il litorale ionico salentino tra Gallipoli e Santa Maria di Leuca. Procedendo in direzione sud lungo direttrice che disegna il profilo occidentale del tacco d’Italia, dopo aver attraversato un litorale che mollemente si protende verso il mare come in desideroso abbraccio alternando spiagge a basse scogliere, ci si imbatte, come per incanto nel dimidiato gigante che sembra proteggere il suo villaggio con i piedi piantati nella sabbia e il profilo che staglia contro il blu del mare. Questo orgoglioso pinnacolo ci appare subito non come un malinconico resto del passato, ma come uno tra i più sorprendenti aspetti d’ un paesaggio moderno. In un’epoca in cui si tende a restaurare tutto per cancellare le tracce del tempo, questa torre cinquecentesca porta i segni della profondità del tempo che incessantemente ci interroga: cosa fare delle nostre rovine, cosa fare di tutto ciò che è arcaico e sorpassato, e non può essere smerciato come un altro articolo di consumo. Il piccolo borgo che dalla torre ha ricevuto il suo toponimo e da essa si diparte, fa parte delle marine di Ugento, e si affaccia direttamente su una vasta spiaggia libera di fine sabbia dalle candide tonalità, che come un lungo nastro nitido si inoltra lungo la costa con le sue dune modellate dall’estro del libeccio e del maestrale. L’incanto di questa porzione di costa è incorniciato da acque cristalline che con la loro trasparenza offrono lo spettacolo sempre nuovo e multiforme di fondali incontaminati. Il mare, qui, sembra voler dare confidenza al bagnante mantenendosi basso sul fondo per molti metri prima di aprirsi nel suo profondo segreto al largo, tingendosi di un blu intenso dai riflessi cobalto. A contrappuntare il paesaggio marino si insinua la campagna con la sua terra rossa, i vigneti, i muretti a secco e la macchia mediterranea che giunge a lambire le serre salentine. Affondate in questo paesaggio che si allontana all'orizzonte, come grigi fortilizi in una campagna distesa tra gli uliveti che si dilungano a perdita d'occhio e le culture che si lasciano mollemente carezzare dal vento marino, le masserie, dove ancora abitate e dove abbandonate e ridotte allo stato di ruderi, punteggiano con le loro severe e solenni architetture questa campagna come incontri rivelatori. Di particolare interesse, per i naturalisti, in questo tratto di costa, i bacini di Ugento, che rappresentano una straordinaria riserva naturale, una zona umida caratterizzata dall’habitat palustre di giunchi e canne (che vanno ad alimentare una delle attività più tipiche dell’artigianato salentino) e dal transito di splendidi uccelli come i cigni reali. Dal mare alla campagna, insomma, Torre Mozza offre al visitatore l’occasione di immergersi, nello spazio di pochi chilometri in un riassunto esaustivo del Salento più vero e profondo con le sue suggestioni e magie. Giungere in luoghi come Torre Mozza può rivelarsi un vero viaggio di scoperta con sorprese inattese, capace di regalare emozioni autentiche che solo l’autenticità di certi luoghi può concedere.


dove andare nel Salento a settembre

I posti più belli da visitare nel Salento...spunta Torre Mozza!

Torre Mozza Ugento. Il Salento è uno splendido territorio che più viene conosciuto più viene apprezzato.

Le descrizioni degli angoli salentini, luoghi in certi casi davvero unici, possono sembrare scontate, eppure chi ha deciso di verificare di persona ben sa quanto esse siano veritiere.
La maestria di una natura ineguagliabile e il rispetto dell'uomo antico, che non ha usurpato e deturpato l'ambiente, ci regalano oggi luoghi di grande fascino.

Tutta la zona merita di essere visitata e nessun angolo delude, ma ci soffermiamo su Torre Mozza, un piccolo scorcio particolare, un gioiello incastonato nella provincia di Lecce e appartenente al comune di Ugento.
Una lunghissima spiaggia di sabbia spezzata dalla sagoma di una torre cinquecentesca, una delle tante torri di avvistamento che si ergono sulla costa e che avevano lo scopo di accorgersi del'arrivo dei nemici, in questo caso saraceni.

La Torre, che subì diversi crolli acquisendo un aspetto tozzo, per l'appunto, dà il nome alla zona ed è l'emblema di un luogo di vacanza e villeggiatura quasi senza eguali.
Difficile descrivere la limpidezza del mare, la finezza della sabbia, il clima, i dintorni. Certo, si può provare a farlo, ma è indiscutibile il fatto che le emozioni si provano e un racconto non rende mai l'esatta dimensione delle sensazioni.

Il Salento continua la sua ascesa tra la mete di turismo preferite perché dimostra il suo valore con i fatti, più che con la mera pubblicità.
Torre Mozza si trova esattamente nella Riviera di Ugento, tra Lido Marini e Torre San Giovanni, a circa 18 km da Santa Maria di Leuca e 32 da Gallipoli.

La spiaggia si estende per un lunghissimo tratto ed è attrezzata con stabilimenti balneari, ma dispone anche di spazi liberi dove poter fare il bagno in libertà.
Se la purezza del mare può essere un motivo determinante per scegliere Torre Mozza, non sono da meno le attrattive folcloristiche e culinarie che si possono trovare spingendosi a pochi chilometri di distanza.

E' anche la completezza dell'offerta turistica salentina e l'ospitalità innata della sua gente, semplice e cordiale, che ha contribuito a farne una meta di turismo non solo nazionale, ma che attrae sempre più persone da oltre confine.
Tutto quanto descritto va controllato: il Salento non teme verifiche.


vacanze nel Salento a basso costo

Torre Mozza a settembre: la vacanza che conviene

Perché sempre più persone scelgono di trascorrere una vacanza nel Salento a settembre? Semplice: a settembre è possibile godere ancora delle calde temperature estive su spiagge decisamente meno affollate il tutto, ovviamente, a prezzi vantaggiosi.

Se negli anni passati, i mesi estivi più turistici erano luglio e agosto, ora non è più così. Settembre è diventato il nuovo agosto, poiché sono sempre più numerosi i turisti che decidono di partire durante questo periodo più tranquillo e sicuramente meno costoso.

Vantaggi non da poco, dunque, se si considera che negli ultimi anni le coste del Salento, compresa Torre Mozza, sono diventate mete turistiche sempre più ambite, e quindi i prezzi delle case vacanze, degli hotel e dei servizi sono aumentati notevolmente.
Naturalmente si capisce bene il motivo di tanta affluenza. I luoghi che si possono visitare a Torre Mozza e dintorni sono splendidi, le spiagge sono bianche e di sabbia fine, il mare cristallino e trasparente.

Soggiornare in un Residence turistico a Torre Mozza può essere un punto strategico dove prendere una piccola casa vacanza e da dove poter iniziare il proprio itinerario, sia andando verso l’entroterra, per vedere i paesaggi dominati dalle coltivazioni di uliveti e vigneti, sia verso paesini ricchi di storia e di arte, come Gallipoli, Santa Maria di Leuca, Otranto e Lecce.

Anche scegliere di soggiornare in altre strutture ricettive come bed&breakfast, alberghi, piccoli hotel e case vacanze, può rivelarsi una soluzione conveniente considerando che durante il mese di settembre, essendo meno affollati, riescono a gestire i clienti in maniera migliore rispetto al periodo di alta stagione.


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Torre Mozza Marina di Ugento (LE)
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